La ragione non sovrasta mai l’immaginazione, mentre l’immaginazione spodesta frequentemente la ragione” Blaise Pascal

Trovo che sia davvero arduo e complesso l’insegnamento di un’ arte, ed è altresì arduo e complesso, il percorso nell’apprendimento di tale arte. E questo, lo posso sostenere e affermare a gran voce, sia da Maestro, che da allieva di questa meravigliosa Arte, che mai smetterò di studiare e imparare, chiamata Musica.

In un precedente articolo ho parlato della magia dell’insegnamento e apprendimento dello strumento Voce e del Canto, e delle varie positività tecniche che ho potuto riscontrare anche durante l’emergenza sanitaria che ci sta impegnando in questi tempi.

In questo articolo, ora, vorrei condividere qualche mia riflessione su alcuni fondamentali aspetti che, secondo la mia esperienza, riguardano il sistema di insegnamento e di apprendimento della Musica (cercherò, per quanto possibile, di rimanere più vicina alla mia materia, anche se credo debba essere applicato ad ogni conoscenza).

Qualche giorno fa giocavo insieme ai miei figli con un Giocolibro Montessori, che tratta la Favola de I tre Porcellini. Premesso che, I tre porcellini è una storia classica che si racconta sempre ai bambini, per una ragione molto valida: insegna che le cose è meglio se le si fanno per bene e senza fretta, infatti l’unica casetta che resiste alla furia del lupo, è quella costruita con calma e con solidi e resistenti mattoni. E fino a qui, tutti d’accordo. Ma c’è stato un dettaglio che mi ha suscitato completo sgomento ed incredulità in questa versione “montessoriana”: il primo dei tre porcellini, che secondo la versione originale preferiva molto di più l’ozio invece di lavorare, qui preferisce cantare invece di lavorare; il secondo porcellino, anche lui altrettanto pigro, preferisce suonare il flauto invece di lavorare.

Ed ecco che in questa incredulità ho cominciato a provare una grande tristezza e, solo perché ho molto rispetto del libro come oggetto di conoscenza e cultura (anche se vi è scritto sopra pura blasfemia come in questo caso), non l’ho né cestinato, né bruciato, ma l’ho posto nel lato più nascosto della casa e mi sono chiesta: “quando siamo arrivati a tutto questo? Da quando il canto e il suonare uno strumento, sono attività che devono essere equiparate all’ozio e contrapposte al duro lavoro?” Se si leggesse questa versione della favola ad un bambino, questo crescerebbe con l’idea che se volesse suonare uno strumento, oppure cantare, significherebbe essere un pigro, significherebbe che se il lupo venisse a trovarlo sicuramente gli spazzerebbe via la casa, perché non sarebbe stato in grado di costruirsene una adeguata. Crescerebbe con l’idea di non sentirsi adatto a questo mondo, a questa società, perché incapace di fare qualcosa, un completo inetto. Allora pur di accettarsi e sentirsi accettato, proverebbe a tutti i costi a cercare di fare un qualsiasi lavoro, senza interessarsi se può davvero piacergli o no, l’importante è fare qualcosa, produrre qualcosa di “concreto” che possa creare denari immediati perché solo questo è davvero “necessario” per la società. Ed ecco che quel bambino, che magari amava tanto la musica, si ritrova da adulto a vivere una vita non sua nella completa frustrazione ed infelicità.

Ma i nostri avi non ci hanno certo insegnato questo. Gli stessi Platone ed Aristotele nei loro trattati e scritti riferiscono di quanto sia importante la musica nella vita dell’uomo, e quanto questa lo possa influenzare. E se la musica influenza l’uomo allora questa influenzerà anche la società intera, e quindi, è un dovere insegnarla e portarla nelle scuole. Nel 1700, tutti avevano un pianoforte in casa, sapevano suonare e cantare; nelle tenute nobiliari vi era residente anche il Maestro di Musica che insegnava tale materia a tutti i residenti, compresa la servitù (un esempio di tale consuetudine lo ritroviamo nell’opera mozartiana Le nozze di Figaro, nella figura di Basilio). Il dramma avvenuto negli ultimi decenni è l’educazione alla “non-musica“, come nella favola montessoriana, perché considerata oziosa. Tale tragedia ha quindi portato, come conseguenza, al completo impoverimento dello spirito.

L’arte di studiare ed imparare la musica, imparare a suonare uno strumento o a cantare, dico sempre, è uguale al percorso di apprendimento di un qualsiasi altro tipo di mestiere. Il percorso di apprendimento dello strumento, ci porta nella profondità dello studio dello strumento stesso. Quando il pubblico si emoziona per una tensione musicale, come per un crescendo da un piano ad un forte o viceversa, quella emozione lì è creata da un’orchestra di musicisti, o da un cantante, che sono riusciti ad arrivare a quei risultati dopo ore di prove su prove, dopo impegno costante e dedizione al proprio strumento, dopo compromessi, dopo ore di ascolti, dopo notti insonni, dopo ricerche infinite per trovare la giusta posizione ed il giusto peso della mano sulla tastiera in quel tale passaggio di note, o il fluttuare sul giusto appoggio di quel tipo di agilità vocale. Non credo che tutto questo significhi oziare, questo è duro lavoro, è amore, è passione.

L’arte di apprendimento della Musica è un percorso ed un processo esclusivamente soggettivo, e, nei giorni nostri, dove la logica del profitto e il conseguente disimpegno economico dello Stato dal mondo dell’istruzione e della ricerca di base, hanno prodotto effetti catastrofici nel mondo dell’ insegnamento e ridotto le università (e quindi, ahimè, anche i conservatori), per insufficienza di fondi, nella spregiudicata ricerca di sovvenzioni, a fare l’impossibile per sfornare laureati, rinunciando alle vere qualità (oramai aspirazione troppo nobile) e a valutare con quali reali competenze i neolaureati, diventati oramai chiari clienti delle università-aziende, concludono il loro ciclo di studi. Per questo, l’aria pesante che si respira all’interno dei conservatori, è una spregiudicata corsa al tanto importante obiettivo Laurea, spergiurando nel percorso eventuali debiti e fuoricorso, che porterebbero alla severa punizione di un rincaro della retta (già salata di suo) ed una cara multa per ogni debito acquisito. Quest’ ansia porta l’allievo a voler fare tutto in fretta e furia e questo lo allontana da quello che è il vero studio della materia che, sicuramente, ha bisogno di serenità mentale, lucidità e tempo di assimilazione. Ho visto, e vedo, tanti neolaureati freschi di conservatorio che non riescono in una semplice esecuzione a prima vista del proprio strumento, né tantomeno in una degna esecuzione di un’ Aria semplice.

Per mia fortuna insegno in ambienti che non necessitano la rigida emulazione degli assurdi protocolli ministeriali e lavoro nella calma cercando di mettere l’allievo più a suo agio possibile, in modo che questo, senza alcun tipo di tensione, riesca ad assimilare meglio le nozioni. Sebbene creda fermamente nel principio de Il Maestro arriva quando l’allievo è pronto, rispettando i tempi soggettivi dell’allievo stesso, ho deciso, nel mio metodo di insegnamento, di non usare distinzioni didattiche tra allievi aspiranti professionisti ed amatori. Questo implica il non utilizzo di illusorie scorciatoie, quali brani semplificati per pianoforte o l’uso di correzioni microfonali come l’eco o varie tecniche di registrazione o variazione di intonazione che portano all’alterazione della voce, e quindi alla mancata vera vibrazione della stessa. Per questo motivo mi ritrovo spesso in discussioni interessanti con quegli allievi che vogliono studiare a livello amatoriale sull’importanza dell’impegno e della dedizione allo studio della Musica. Ed è in queste discussioni che mi diverto, al fine di spiegarmi meglio, a fare l’esempio della differenza tra il tennista professionista ed il tennista amatore. Il primo, essendo la sua professione, lo impegna tutto il giorno tutti i giorni, e, insieme al suo team di allenatori e mental-coach, lavora nel dettaglio sull’equilibrio racchetta-mano-piede, sull’agilità delle gambe, sulla curvatura della palla, sulla potenza al servizio, su come gestire le emozioni durante una competizione, sulla lucidità, sull’ allenamento del preservamento alla stanchezza. Il secondo, l’amatore, certo non lavora altrettanto con lo stesso impegno anche perché, essendo appunto amatore, si presuppone che il suo lavoro o il suo studio primario sia un altro e quindi il tempo a disposizione è notevolmente ridotto ma, premesso questo, l’amatore, si allena anch’egli per far bene il servizio, per trovare la giusta agilità sulle gambe, per rispondere bene sia a rete che a fondo campo, insomma, un po’ di tempo per giocare bene lo impegna nell’allenamento e, soprattutto, per imparare non pretende alcun tipo di scorciatoia, apprende e studia le stesse basi e nozioni del professionista. Ecco, stessa cosa vale per la differenza tra musicista professionista e amatore, il primo, essendo la sua professione avrà più tempo per la dedica ai dettagli e allo studio profondo dello strumento, il secondo, l’amatore, seppur tale e con minor tempo a disposizione, apprenderà però le stesse nozioni e le stesse basi studiate dal professionista e dedicherà del tempo, seppur in maniera inferiore per le motivazioni di cui sopra, ma quel minimo necessario per il degno studio dello strumento stesso (per strumento, ovviamente, intendo anche lo strumento Voce).

Per il rispetto quindi di questo concetto, non scendo a compromessi per l’apprendimento e l’educazione alla Musica, materia straordinaria che, se studiata, e allo stesso tempo, insegnata adeguatamente, non solo porta alla conoscenza della complessità di tutti i suoi argomenti, ma apre le nostre menti, ci porta a conoscere noi stessi, a superare i nostri limiti, ci aiuta a migliorare. E se ci miglioriamo, cresciamo, se cresciamo, evolviamo. E allora, se evolviamo, saremo finalmente liberi da quella strana illusione creata per noi dal Dio Denaro. Quell’illusione dove l’uomo, nell’affannata corsa al potere, senza un pensiero proprio, ignorante e povero nello spirito, scende a patti con la corruzione e accetta squallidi compromessi, convinto di detenere la Verità Assoluta, così che possa sentirsi invincibile ed immortale.

Carolina Bandini Artist