Perché canto? Perché mi permette di provare tantissime sensazioni. Entri in contatto con la tua immaginazione e con la sua verità. Per questo amo la musica, perché si crea dalle emozioni e contemporaneamente crea emozioni.” Janis Joplin

Nel mondo in cui viviamo oggi, un mondo nella quale è ritenuto reale e comprensibile solo ciò che si vede con i nostri occhi, solo ciò che si tocca con mano, abbiamo bisogno di profonda concentrazione e altrettanta apertura mentale per apprendere che lo studio dello strumento Voce, si basa sul coordinamento del sentire interiormente non solo il nostro corpo fisico, come la respirazione diaframmatica o la sensazione degli spazi risonanti, ma anche sul coordinamento del sentire emozioni, il che, a parer mio, è la base di tutto lo studio musicale.

Al fine di spiegare al meglio tale concetto, così sottile e complesso, insieme a Monica Masini, stimata collega che ringrazio infinitamente di avermi coinvolta in questa splendida iniziativa, abbiamo deciso di spiegare come lo strumento Voce vibri delle proprie emozioni e sensazioni, attraverso quattro Voci straordinarie che hanno fatto la storia della musica del XX secolo: Billie Holiday, Edith Piaf, Janis Joplin e Mia Martini. E lo abbiamo fatto nella diretta Facebook del 17 Febbraio, condotta da Giacomo De Bastiani, su Pontassieve Cultura, canale diventato con la pandemia, centro culturale virtuale della Val di Sieve.

Quattro voci. Quattro artiste così distanti nello stile e nel genere musicale, ma allo stesso tempo così vicine nella sensibilità, nella profondità, nel provare emozioni che, con estremo coraggio, hanno condiviso con il loro pubblico. Grazie alla vibrazione del loro canto queste quattro Stelle hanno influenzato tutto il genere musicale e le generazioni a venire, brillando tutt’oggi nel cielo del firmamento della musica.

Billie Holiday è stata senz’altro “Maestra”, non solo di Edith Piaf, Janis Joplin e Mia Martini, ma di tutte le artiste che si sono ispirate alla sua capacità di trasformare quella profonda disperazione, in arte. Billie Holiday o Lady Day, che con quella flebile voce e le gardenie bianche che portava come acconciatura, incantava ogni volta il suo pubblico; con quella timbrica particolarissima, completamente distante dalle imponenti timbriche di Sarah Vaughan o Ella Fitzgerald, ma anche dalla cantante Blues per eccellenza, Bessie Smith, alla quale comunque, Billie, diceva di ispirarsi.

La sua vita non è stata sicuramente facile, caratterizzata da abusi e violenze. Una vita piena di alcool e di droghe, ma, nonostante tutto, Billie, riuscì a prendere tutto quello che subiva e portarlo sul palco, trasformando tutta la rabbia e la malinconia in musica, sensualità e tenerezza. Lady Day, dal carattere così istintivo, intenso e drammatico, creò così un dolcissimo contrasto tra parole dolci e voce graffiante. Quando scoprì il tradimento del marito, invece di disperarsi e di chiudersi in sé stessa, incise Don’t explain, condividendo questo dolore, questa delusione, con il suo pubblico, ottenendo così un grande successo.

Oggi ricordiamo ancora Billie come la cantante che con estremo coraggio, in un’ America profondamente segnata dal razzismo, decise di portare sul palcoscenico la canzone di protesta Strange Fruit, e di cantarla ad ogni finale di concerto proprio perché, come ella stessa affermava: “dopo Strange Fruit, non c’è niente”. Strange Fruit tratta della terribile situazione nella quale vivevano le persone di colore in quegl’anni in America, soprattutto nel Sud, e di come spesso venissero torturate e linciate. In questo brano Billie sentì tutta la sua sofferenza e la sua povertà, e con quel suo timbro, così granitico e delicato allo stesso tempo, mise nel suo canto così tanta sensibilità e verità, da riuscire a trasportare il suo pubblico in quelle terrificanti e macabre scene di tortura, che spesso, terminavano con la morte. Strange Fruit è, infatti, quello strano frutto, quel corpo martoriato, che se ne sta appeso sugli alberi.

La vita ha sempre sferrato duri colpi a Billie, cercando di farla cadere e di farla arrendere. Ma Lady Day ha sempre trovato un modo di raccogliere i suoi pezzi e trasformarli in Arte : “Io non mi figuro di cantare. Io mi sento come se suonassi uno strumento a fiato. Cerco di improvvisare come Lester Young, o come Louis Amstrong, o qualcun altro che ammiro. Quello che esce fuori è ciò che sento. Non mi va di cantare una canzone così com’è. Devo cambiarla alla mia maniera. E’ tutto quello che so.”

La storia di Edith Piaf è molto simile a quella di Billie Holiday, sua contemporanea, e molto simile è il carattere che distingue questa artista, così determinato e coraggioso che riuscì a conquistare le vette del successo. Edith nacque letteralmente sotto un lampione in un sobborgo di Parigi, e passò la sua infanzia nel bordello gestito da sua nonna materna. Anche la sua, non è stata un’infanzia facile, caratterizzata da continui abbandoni e problemi di salute, e in un contesto nella quale la vedeva obbligata e destinata a intraprendere la carriera di prostituta, La Mome Piaf , si oppose con audacia a questo triste destino, perché lei sapeva che l’unica cosa che possedeva, l’unica cosa che poteva salvarla davvero, era la sua Voce. Iniziò così cantando nei sobborghi parigini la Marsigliese, ammaliando, con quell’ugola insanguinata, i passanti, e conquistando il pubblico in strada.

Non aveva soldi e non aveva una dimora, ma sentì di avere solo una cosa: la sua Voce. E quando cantava, con la sua unica capacità di mettere insieme amore, gioia, disperazione e rabbia, tutti si riempivano di felicità ascoltandola, perfino se cantava di amori disperati e di persone emarginate. Il suo aspetto fisico e il suo particolarissimo vibrato di voce, erano come quelli di un piccolo piaf, come quelli di un uccellino. Anche Edith, come Billie, riusciva a trasformare la sua tragica realtà in meravigliosa arte, e con la sua La vie en Rose, fece della Francia il simbolo della rinascita dopo i dolori vissuti nella guerra, portando Parigi, le sue vie e i suoi paesaggi, in tutti i palchi del Mondo.

Il canto è un modo di fuggire, è un altro mondo. Quando canto non sono più sulla Terra“. Con questo pensiero, tra Edith e il palcoscenico si creò un legame quasi morboso, nella quale l’unica salvezza, l’unico motivo di vita era appunto cantare. Sebbene avesse avuto molte storie d’amore, spesso travagliate, anche con uomini belli e di successo come Yves Montand, Edith si innamorò perdutamente del pugile campione mondiale dei pesi medi, Marcel Cerdan, e, quando sembrava che tutto andasse finalmente per il meglio, Marcel morì in un incidente aereo mentre raggiungeva in America proprio la sua Edith. Ancora troppo dolore, troppa sofferenza per Edith che il giorno stesso della morte di Marcel, nella disperata ricerca di un piccolo spiraglio di luce, in quel tunnel così scuro che si portava dietro da una vita, decise comunque di salire sul palco e dedicare a Marcel una delle canzoni d’amore più belle di sempre: Hymne a l’amour. Anche per Edith, come per Billie, la vita era sempre pronta a sferrarle qualche colpo, che lei, però, riusciva sempre a trasformare in Arte, anche quando, negli ultimi anni di vita, devastata dal dolore, dalle droghe e afflitta da una malattia terminale, decise di cantare Non, je ne regrette rien, canzone di rivalsa per se stessa, dove comunicava al suo pubblico che nonostante tutto, nonostante le disgrazie, i dolori che la vita le avesse dato, non rinnegava niente: “mai niente e nessuno mi impediranno di amare e quindi di cantare. Me lo sono conquistato questo diritto, e niente e nessuno me lo porteranno via”.

Con Janis Joplin, la Voce del Blues e Rock-Blues degli anni ’60, abbiamo un altro iconico esempio di come le sensazioni e le emozioni, influiscano sullo strumento voce. Janis, emarginata e bullizzata fin da giovanissima per il suo carattere ribelle e turbolento, ma anche per il suo aspetto fisico, sviluppò dei complessi su se stessa enormi, e il bisogno di sentirsi accettata dagli altri l’ha tormentata per tutta la vita. Per non ascoltare quei tormenti che la dilaniavano interiormente, spesso si nascondeva nei fumi dell’alcool e delle droghe, vivendo periodi veramente difficili e duri. C’è stato però qualcosa in lei, una piccola scintilla, che le ha permesso di sviluppare quella sensibilità e quella profondità tali da farla diventare eterna ed indimenticabile.

“Quando canto non penso a niente. Non credo quindi che cantare riguardi la sfera del “pensare”, credo sia più giusto usare il termine “sentire”….”

Janis amava incredibilmente Billie Holiday. E’ stata musicalmente influenzata dal suo genere e da tutti quei grandi geni del Blues, tanto che sentiva il bisogno di vivere come loro. Janis, proprio come Billie che portò il Blues nel Jazz, sentiva la malinconia tipica del Blues e lo mise nel Rock. Riusciva a percepire il dolore di chiunque le stesse vicino, e questo è stato una dannazione per lei, ma allo stesso tempo, è stato anche il suo successo. Questa forte sensibilità, che spesso veniva letta come fragilità, è stata protagonista di tutte le sue canzoni. Janis, con il suo graffio disperato e arrabbiato, ha fatto vibrare ed emozionare il suo pubblico che con Little Girl Blue conobbe quella piccola bambina triste, che viveva nel cuore di Janis.

Anche Janis, come Billie ed Edith, instaurò un legame profondo e intenso col palcoscenico e il proprio pubblico: “Il pubblico che sta seduto è uno strano TRIP: ti da un senso di separazione, ma quando ballano, lo fanno insieme a te come se tu gli avessi parlato e loro avessero capito. Così riesci ad esibirti con maggiore libertà”

“Io sono Mia Martini, sono Mimì, sono Domenica e sono me stessa!Mia Martini.

Tante sono le artiste italiane che hanno lasciato qualcosa alla Storia della Musica, ma quella che, secondo me e Monica, è riuscita a sentire le proprie emozioni fino in fondo e trasportarle sul proprio strumento, è stata senza dubbio la grande e sensibile Mia Martini.

Mimì, che negli anni ha sperimentato qualsiasi genere musicale, dai Beatles a Ella Fitzgerald, dalla samba cubana ai ritmi brasiliani, che ha fatto innamorare il suo pubblico dapprima con la sua voce chiara e vellutata e poi, dopo l’operazione alle corde vocali, ruggente e graffiata. Mimì, che in Francia chiamavano la nuova Edith Piaf, cantando a fianco di Charles Aznavour. Mimì, così sensibile musicalmente ma allo stesso tempo così coraggiosa tanto da cantare Padre davvero, inizialmente censurata dalla Rai, proprio per i temi trattati nella canzone. In Padre davvero Mia Martini portò alla luce tutti i suoi problemi col padre, nonostante un’Italia in cui era ferma la convinzione e l’utopico ideale di famiglia tradizionale perfetta e felice.

Mimì, che malgrado tutte le cattiverie sulla “sua” sfortuna, salì ancora sul palco e incantando tutti, a Sanremo, con Almeno tu nell’Universo, vincendo il premio della Critica. Mimì, che nella stesura e scrittura di una canzone metteva il cuore ovunque, dalla melodia all’armonia fino al testo stesso, denunciando le “moderne” ricerche effettistiche e di suono che, a suo parere, allontanavano dalla vera melodia e canzone.

Quando canto mi sento libera. Sento le emozioni dentro di me, e cantando, riesco ad esternarle e solo così io riesco a comunicare con gli altri, con il mio pubblico. Voglio farlo partecipe di questo mio mondo magico che per me è la musicaMia Martini.

Nella mia opinione, in base a quanto ho appreso nello studio della vita di queste quattro Stelle, credo che se si potesse riassumere in una parola, il termine che contraddistingue di più ognuna di esse, potremo pensare a Billie Holiday, come alla Forza, il coraggio di procedere per la sua strada contro tutto e tutti; possiamo pensare a Edith Piaf, come alla Caparbietà di voler esprimere se stessa attraverso la sua Voce; possiamo pensare a Janis Joplin come alla Sensibilità di sperimentare le proprie emozioni e sensazioni; e infine possiamo pensare a Mia Martini come alla Comunicazione: l’unico modo, da lei stessa dichiarato, che aveva per comunicare agli altri le proprie emozioni, era appunto il Canto. Forza, Caparbietà, Sensibilità, Comunicazione: quattro termini quindi che, se messi insieme, fanno le virtù del musicista. E se queste virtù le prendessimo e le trasferissimo su di un individuo che musicista non è, otterremo una persona dotata di grande intelligenza ed entusiasmo, capace di raggiungere i propri obiettivi con forza e caparbietà, una persona allo stesso tempo così sensibile e rispettosa di se stessa e degli altri, in grado di ascoltarsi nel profondo e in piena libertà, per capire cosa desidera davvero, in grado così di sviluppare quel coraggio tale da comunicare a se stessa e agli altri, i propri desideri.

Billie Holiday, Edith Piaf, Janis Joplin e Mia Martini. Quattro voci intense che vibreranno per sempre; quattro donne che sentivano profondamente le proprie emozioni. E noi, siamo infinitamente grati a loro, per avere avuto un cuore così aperto, perché tutte quelle sofferenze non sono state vane, ma ci hanno insegnato e ci insegnano ad essere migliori. Per questo non smetterò mai di ripetere quanto sia importante lo studio della Musica e della sua storia.

Per vedere la trasmissione ecco a voi il link:

https://fb.watch/3J-e5XQNOW/